martedì 4 novembre 2014

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach



Questo racconto scritto nel 1970 ci mostra con parole semplici la forza di andare contro tutti per seguire se stessi anche a costo di rimanere soli. L’autore mostra con le reazioni degli altri gabbiani alle evoluzioni di Jonathan una società dalla mentalità chiusa e ristretta in cui il diverso viene visto come pericoloso e viene allontanato. Allo stesso tempo l’amore incondizionato di Jonathan per i suoi simili, unito ad un infinita pazienza mostra come si possa aprire le menti più chiuse. Una favola da leggere tutta d’un fiato per capire meglio noi stessi e il mondo, con un protagonista buono e coraggioso da prendere come esempio, lo consiglio a tutti. Di seguito vi riporto un breve riassunto:

Jonathan è un gabbiano, non ci sono dubbi su questo. Ha penne, becco e zampe palmate ma soprattutto ha le ali. Jonathan non riesce a comprendere il modo di vivere degli altri gabbiani, compresi i suoi genitori, che usano le loro ali solo per raggiungere una barca da pesca e procurarsi il cibo della giornata.  L’unico desiderio di Jonathan è quello di volare non per procurarsi il cibo, ma per il puro gusto di farlo, unica cosa che lo fa sentire libero.

Nessuno dello stormo capisce Jonathan che viene quindi visto come un pazzo e vive da emarginato. Per poter rimanere se stesso il giovane gabbiano deve distaccarsi dal suo stormo e si allena tutti i giorni per sfidare sempre nuovi limiti fino ad arrivare a volare a velocità impensabile e in modo acrobatico. Durante i suoi esperimenti mette però in pericolo lo stormo e viene quindi esiliato, proprio quando, grazie ai suoi esercizi, aveva scoperto modi di volare e di prendere i pesci che sarebbe stati molto utili a tutti i gabbiani del gruppo.

Senza altra possibilità Jonathan vivrà una vita di solitudine dopo la quale si ritrova in una specie di paradiso in cui potrà imparare da altri gabbiani come lui nuove evoluzioni e raggiungerà la velocità del pensiero. Appreso tutto ciò decide di tornare sulla terra ed insegnare a nuovi giovani gabbiani ma solo pochi eletti riusciranno ad aprire la propria mente ed a seguirlo nei suoi folli voli.

Scritto da: la Passante

lunedì 27 ottobre 2014

Fiabe dei nativi americani miti e racconti




Il volume raccoglie una serie di racconti brevi che fanno parte della cultura dei nativi americani e raccolti dagli antropologi negli archivi del museo Smithsonian di Washington.

I racconti sono divisi, in base al loro tema centrale, nelle varie sezioni: preludio; storie delle origini; storie di molto tempo fa; storie di cielo, montagne, foreste, acque e postludio.

 Le storie ci mostrano le tradizioni e com’erano composte le società nelle diverse tribù. Tuttavia in generale nelle tradizioni i guerrieri più forti e valorosi sono premiati con il rispetto di tutto il loro popolo e anche dei popoli nemici, in più anche gli dei possono premiarli con onori o con il dono di nuovi poteri magici.

Il ruolo delle donne è quello di prendersi cura delle tende, della legna per il fuoco e di conciare le pelli degli animali che gli uomini portano dalla caccia. In più di un racconto, si narra che una coppia di vecchi saggi abbia creato il mondo e l’umanità, in queste storie è la donna che decide che l’uomo sia mortale contrastando il compagno che suggerisce che risorga dopo tre giorni. Quando poi la donna, perde un figlio, vorrebbe ritornare all’idea della resurrezione ma il vecchio saggio le dice che è troppo tardi.

Si ritrova l’essenziale ruolo del dio chiamato l”Anziano” oltre all’intermento dei magici animali corvo, coyote e orso. In qualunque situazione gli animali della foresta sono ben disposti ad aiutare gli uomini.

Gli dei, nei racconti, sono descritti con carattere volubile che li porta ad essere spesso magnanimi ma che allo stesso tempo, altre volte, li porta a punire l’uomo, se non ottengono ciò che avevano chiesto come “ pagamento” dei loro favori, come logge cerimoniali o matrimoni con giovani ragazze.

Molto presente il legame con la terra che è la madre di tutto e il cielo visto come il padre di tutto.

Si ritrovano anche alcune profezie sull’arrivo dell’uomo bianco che distruggerà tutto il loro mondo e quindi verso cui stare in guardia.

Questo libro è molto interessante e ci pone davanti ad una struttura sociale differente dalla nostra ma che può comunque insegnarci cose importanti come l’amore per la natura e il rispetto della terra.
 
Scritto da: La Passante

domenica 31 agosto 2014

Aprile, il mese dedicato alla poesia: Il canzoniere di Petrarca e Il profeta di Kahlil Gibran

Il Canzoniere o meglio  Francisci Petrarchae laureati poetae Rerum vulgarium fragmenta  è stato composta da Petrarca (1304-1374), raccogliendo le sue rime dopo numerose richieste degli amici, tra il 1366 e il 1374. La raccolta è composta di 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali per un totale di 366 componimenti totali.
Il Canzoniere è poi diviso in due parti la prima che raccoglie i componimenti scritti durante la vita di Laura e la seconda parte invece le rime in morte di Laura.
Oltre all'infinito amore per Laura, tema che tutti conosciamo, si ritrovano nella raccolta anche componimenti che si riferiscono alle idee politiche del poeta, dei componimenti in contrasto con il papato, vari sonetti dedicati al carissimo amico Giovanni Colonna e infine l'ispirazione religiosa in cui Laura diventa la guida per il paradiso. Tutto Il Canzoniere è caratterizzato da uno stile aristocratico e finemente melodico che verrà ripreso da numerosi autori del periodo.
La lettura completa dell'opera è difficile, ma si potrebbe scegliere di seguire il suggerimento del poeta stesso e leggere un componimento al giorno magari con una buona analisi del testo per comprenderlo meglio. Di seguito vi riporto il sonetto introduttivo:
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Il Profeta scritto nel 1923 da Kahlil Gibran racconta, attraverso un serie di poesie in prosa, le vicende del saggio profeta che prima di partire per un lungo viaggio diffondo la sua conoscenza su tutti i temi importanti per l'umanità. Ci sono spiccati riferimenti religiosi nelle parole del profeta anche se non si riferiscono a nessuna religione in particolare. Il profeta risponde alle domande del popolo con metafore ed analogia sui temi: amore, matrimonio, figli, doni, il mangiare e il bere, il lavoro, gioia e dolore, le case, l'abito, il comprare e il vendere, colpa e castigo, leggi, libertà, ragione e passione ,dolore, conoscenza, insegnare, amicizia, il discorrere, il tempo, il bene e il male, la preghiera, il piacere la bellezza e la religione.
L'opera fornisce vari spunti di riflessione sui temi trattati che possono variare il nostro modo di pensare o comunque farci riconfermare i nostri ideali da seguire nella vita.
Di seguito vi riporto il componimento sull'amicizia:

E un adolescente disse:
“Parlaci dell’Amicizia”.
E lui rispose dicendo:
L’amico è la risposta
al vostro bisogno.
È il campo che seminate con amore
e mietete con riconoscenza.
È la vostra mensa
e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui
e lo ricercate per trovarvi pace

Quando l’amico vi confida il suo pensiero,
 non negategli la vostra approvazione,
 né abbiate paura di contraddirlo.
  E quando tace,
il vostro cuore non smetta
di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero,
ogni desiderio, ogni attesa
nasce in silenzio e viene condiviso
con silenziosa gioia.
Quando vi separate dall’amico
non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi
ciò che in lui più amate,
così come per lo scalatore
la montagna appare più chiara dalla pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo
che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi
di spiegare sé stesso,
non è amore,
ma una rete lanciata in avanti
e che imprigiona solo ciò che non ha valore.
E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere
il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro,
per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno,
ma non il vostro vuoto.
E nella dolcezza dell’amicizia
ci siano risate e la condivisione dei piaceri.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.


Scritto da: La Passante

lunedì 14 aprile 2014

Aprile, il mese dedicato alla poesia: Ossi di seppia di Eugenio Montale e Poesie Scelte di Sergio Gradin

Come dice il titolo di questo nuovo post, per il gruppo di lettura, Aprile è il mese dedicato alla poesia. Quindi vi presento due poeti accumulati dall'aver vissuto nel periodo storico delle grandi guerre mondiali, ma che hanno espresso in queste raccolte di poesie temi molto differenti.
Tutti conosciamo Eugenio Montale uno dei più grandi poeti della letteratura italiana, nato il 12 Ottobre 1896 in una famiglia della ricca borghesia di Genova. prende parte attivamente al primo conflitto mondiale. Nel 1925 viene pubblicata la sua prima raccolta poetica Ossi di seppia.
Ossi di seppia è caratterizzata da un' innovazione sia nello stile sia nella lingua. Il volume presenta per primo il componimento In Limine che racchiude il messaggio dell'opera. Seguono sette sezioni: Movimenti che racchiude 11 poesie tra le più antiche; Poesie per Camillo Sbarbaro; Sarcofaghi di stile foscoliano e leopardiano; Altri versi; Ossi di seppia con 22 liriche brevi nella nuova poesia metafisica creata da Montale; Mediterraneo 9 testi dedicati al mare; Meriggi e ombre con 11 poesie di più alto impegno intellettuale e Riviere. Nelle poesie si trova una descrizione dettagliata di flora e fauna della Liguria. I componimenti sono infatti ricchi di piante, animali e agenti naturali che animano i versi. Una poesie ermetica ma che ci collega in modo nuovo e unico con la natura che di circonda. Vi riporto un componimento tratto dalla sezione ossi di seppia:
 
Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l'aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s'arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto e tu lo ignori.
 
 

Il secondo poeta è Sergio Gradin nato a Ponso nel 1934, immigra in Francia durante le guerre e tornerà in Italia  nel 1961 per stabilirsi a Milano. Autodidatta, ha vinto con i suo componimenti numerosi premi e ottenuto segnalazioni di merito e menzioni d'onore. Nel 1972 pubblica un quaderno di poesie dal titolo Disanima dei fatti  a cui seguono del 1976 Con l'uomo  e nel 1983 Cristo operaio.  Nel volume Poesie scelte (1996) sono raccolte molte delle poesie in cui l'autore si batte contro il regime fascista e incita all'insurrezione del popolo. Troviamo anche interessati componimenti riferiti a precisi fatti storici e di cronaca come: Bastasse questa morte componimenti riferito alla morte di Romeo Longhi, bambino emigrato del sud scomparso durante il suo lavoro di operaio in un cantiere di Bergamo, Invano riferito ai fatti di Piazza Fontana, Di tutto dedicata a Pasolini, Altri dedicata a Neruda. I temi di Gradin si distanziano molto da quelli di Montale, se pur anche questo autore si dedichi ad una poesia realista che descrive a pieno la realtà della vita in una Milano degli anni '60.
Scritto da: La Passante


domenica 13 aprile 2014

Caro Michele


Un romanzo romano, letto a Roma. E’ raccontata la Capitale dei primi anni 70, ma immagine d’oggi e di ieri, dell’atmosfera di un luogo senza tempo. Una città carica di fascino, di una storia che rimpicciolisce la dignità del singolo ma capace d’inorgoglirlo perchè partecipe, anche solo di striscio e silenziosamente. Una città passionale, carnosa, che non ha vergogna a manifestarsi sfacciatamente ricca, senza poter eccedere perchè culla della vera bellezza. Roma suscita emozioni forti e vorticose, è contesto di una vita educata alle sensazioni, colte in tutte le loro manifestazioni.

Le vicende ruotano intorno alla figura di Michele, un ragazzo poco più che ventenne, artista sbandato, e di una decina di persone, suoi famigliari ed amici. Il contesto storico è quello immediatamente successivo al ’68, periodo di grande rivolgimento sociale, in cui trovarono sfogo insieme legittime rivendicazioni di diritti e manifestazioni di idee confuse (Michele stesso, in una lettera alla sorella Angelica, dice che la moglie Eileen è iscritta al Partito Comunista e invece di lui afferma di non essere niente, di non avere appartenenze partitiche, tipico dei giovani di quel periodo, abbagliati da movimenti extra parlamentari molto ideologizzati e spesso violenti, che vedevano come primo nemico il Partito Comunista, colpevole di aver tradito il proposito della rivoluzione proletaria). La storia entra in punta di piedi, in posizione defilata rispetto al trascorrere della vita quotidiana, non si fa riferimento a fatti precisi ma il terrorismo è evidentemente elemento centrale nello svoglimento della trama (la fuga di Michele per motivi politici, la pistola nella stufa, le amicizie con giovani estremisti, l’omicidio in Belgio). I protagonisti sono giovani che non riescono a scrollarsi di dosso l' odore degli spinelli, il tumulto delle manifestazioni studentesche, e adulti incapaci di essere diversi, forti di una saldezza morale, incapaci di fornire modelli valoriali alternativi, protagonisti passivi dei cambiamenti della storia e osservatori senza direzione. La Roma raccontata è quella della borghesia ricca, delle belle vie del centro, via dei Villini, via dei Prefetti, sembra di vedere il glicine alle cancellate, sentire il profumo d’arancio oltre i portoni.

Caro Michele è un romanzo epistolare, raccoglie 37 lettere, destinatario della maggior parte delle quali è Michele. A scrivergli sono sua madre Adriana, sua sorella Angelica, Mara Castorelli, una ragazza con cui ha avuto una relazione “aperta” e dalla quale potrebbe aver avuto un figlio, e Osvaldo, amico e probabilmente ex amante.  Scritte nel tentativo di mantenere un contatto che tende a sfuggirle, le lettere di Adriana al figlio sono le più frequenti e le più informative; dopo un matrimonio e un amore falliti, il trasferimento nella grande casa di campagna, si sente sola e cerca dei riferimenti nello scorrere veloce della vita. Ma, consapevole sia tardi per riuscire ora a costruire rapporti umani di sincera vicinanza, esprime la disillusione nei lucidi rimproveri al figlio. Anche le lettere di Mara, più che coltivare un rapporto a distanza, combattono l’isolamento di madre single e nomade; incompresa in un mondo di ricchi e pseudo intellettuali, in cui le parole riescono, ai suoi occhi, a mascherare pari inconsistenza, è perennemente in cerca di accettazione, traguardo allontanato dai tanti errori comportamentali e difficoltà caratteriali. Finisce per vivere in un mondo di bugie grossolane che bastano alla sopravvivenza e solo alla propria accetazione di sé. La sorella Angelica è la corrispondente centrale all’intreccio, fungendo da tramite nel rapporto di Michele con la famiglia (in particolare con la madre) e con Mara. Anch’essa in cerca di una vicinanza col fratello è madre e moglie sola, lontana emotivamente dal marito Oreste, impegnato funzionario di partito e giornalista, poco attento alle esigenze affettive famigliari.

Quasi ogni lettera custodisce, sotto le parole, un segreto, da cogliere come leva di reazioni. Evidenti i problemi derivanti da una vita senza legami umani stabili, di una società in cui vi è paura a conoscere l’altro, sinceramente e in profondità. Il pensiero della sufficienza del bastare a se stessi, di cercare al massimo legami interessati e funzionali, si scontra con la necessità naturale di incontrarsi, riconosceri nell’unione con l’altro, godere della sicurezza di rapporti umani veri, generosi e stabili. Nel libro questi segreti appaiono come verità illuminate debolmente, percepite superficialmente dai personaggi, che si avvicinano ma sono subito rimbalzati da un foglio d’acciao, impenetrabile e che determina rassegnazione all’inconsapevole e alla lontananza. Si vedano, per esempio, il comportamento di Michele nei confronti del padre morente, che non saluta prima di partire, per non svegliarlo (non lo rivedrà più) e quello di Angelica, che dopo aver lanciato nel Tevere la pistola nascosta nella stufa del seminterrato di Michele, affiorati alla memoria ricordi commoventi, si asciuga le lacrime e va a comprare le calze nere per il funerale del padre, con freddezza e meccanicità; entrambi episodi che rappresentano l’incapacità di concedersi momenti d’emozione, di rapportarsi con il mondo emozionale, in parte consapevoli della perdita e però convinti della mancanza d’alternative.

La fragilità dei rapporti umani è sofferta in particolare da Adriana e Osvaldo, il cui amore per la memoria è non solo occasione di somiglianza e di amicizia, ma anche di consapevolezza che la forza interiore va coltivata nella ricerca di una verità nel rapportarsi dei destini umani. È questo che si trasforma in senso di appartenenza a una comunità; bene forse paradossale dato che l’unico effetto visibile della loro costanza sembra essere l’acuirsi della malinconia, perchè consapevoli di essere soli in un mondo di contatti umani casuali.
Scritto da: Antonio

sabato 12 aprile 2014

I dolori del giovane Werther


La curiosità nei confronti di Goethe si è ri-manifestata, dopo “Affinità elettive“, trovando un riferimento a “I dolori” in “La morte a Venezia”. Goethe influenza profondamente il pensiero di Mann relativo alla contraddizione tra spirito e vita e alla loro ricomposizione in una struttura equilibrata. Centrali, tematiche d’amore e della natura, allo stesso tempo ispirazione e fonti di sofferenza, intrecciate e in parte confuse insieme.

Werther prova un indomabile sentimento per Lotte, irrinunciabile. Si ritrae da un fuoco, ma una forza misteriosa lo spinge avanti, la vertigine s’impadronisce di tutti i sensi. E’ un’amore totalizzante, che necessita del dono esclusivo di ogni energia, ma sacrificio leggero, perchè i desideri per sé sono riposti nella concquista dell’amata; felicità come approdo, dopo un lungo cammino, percorso con fedeltà e costanza. Forza che domina tutto l’essere dell’uomo. Un’amore che allontana Werther, giovane pittore, dall’obbligo artistico, non più guida, sprono, fiamma. Il cuore divampa di per sé, senza necessità della creazione. Rapito dai profumi inebrianti, stimolato a sentimenti e pensieri sempre lieti, rientrare in se stesso significa varcare un universo di presentimenti e oscuri desideri, manchevole di immagini e forze viventi. La fantasia, elevata ed eccitata dalle immagini della poesia, costruisce una serie di esseri tra i quali noi occupiamo l’ultimo posto, e tutto ci sembra più splendido e perfetto.

L’amore, come l’arte, nobilita, perchè in sua presenza l’uomo diventa più di ciò che era, ed è tutto ciò che avrebbe potuto essere. Motore dell’esistenza, motivo stesso di vita. La donna come presenza angelica, salvifica della condizione di sofferenza dell’uomo, via di fuga da essa e di raggiungimento della felicità. Ma, come forse tutte le cose del mondo, contiene in sé il germe del proprio contrario, che spietato travolge e s’impossessa del presente. Ciò che forma la felicità dell’uomo è nello stesso tempo l’origine della sua miseria. Quel caldo e pieno sentimento del cuore, provocato dall’amore verso Lotte, si muta in una tortura intollerabile, perchè lei è destinata in matrimonio ad Alberto.

Cosa sarebbe per la nostra anima un’esistenza senza amore? Una lanterna magica senza luce. Ma appena vi si mette la piccola lampada, ecco che le immagini più varie appaiono sulla parete bianca. E nonostante siano fantasmi fuggenti, ci rendono ugualmente felici, quando sostiamo davanti ad essi, simili a innocenti fanciulli, estasiati dalle meravigliose apparizioni. Ogni cosa, volente o nolente, passa e scompare con la velocità del fulmine, i fiori della vita non sono che fugaci apparizioni, appunto; grande tesoro, comunque, è il ricordo della felicità goduta in quei pochi beati gioni, destinati a non tornare più.

La natura è insieme sfondo, sublime corollario dello stato di grazia, e luogo di riposo dall’affanno amoroso, ricomposizione dell’animo nel momento di pace, neutrale, per riprendere poi, rinfrescato e rigenerato, il viaggio. Natura dispensatrice di serenità, vicina all’anima dell’artista, misteriosa come l’origine della sua sensibilità. Entità che raccoglie la volontà e l’esigenza dell’uomo sensibile di allargarsi e perdersi, confondendosi in qualcosa di più grande. Come deificato nell’espansione di bellezza, le cui splendide forme rinnovano, vivificandola, l’anima. Dona l’illusione di poter concretizzare ciò cui anela l’animo, d’avere le ali della gru per posarsi sulla riva del mare illimitato e bere alla coppa spumeggiante dell’infinito, e per un solo istante accogliere nella stretta capacità del petto una stilla dell’estasi di quell’essere che crea ogni cosa in sé e da sé. Illusione perchè, oltre le fiorite valli e montagne alberate, si aprono abissi dove precipitano impetuosi torrenti, risuonano selve di bestiali presagi. Si scopre la forza distruttrice celata nell’essenza della natura, che non produce cosa alcuna che non distrugga.
Scritto da: Antonio

giovedì 3 aprile 2014

Marzo, mese delle donne scrittrici: Và dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro e Poesie di Emily Dickinson

Come vi ho spiegato nel post precedente il mese di Marzo è dedicato alle scrittrici.
In questo secondo post vi presento un romanzo molto famoso " Và dove ti porta il cuore" di Susanna Tamaro. Devo confessare che i romanzi sentimentali come questo non sono il mio genere preferito, tuttavia è carina l'idea della protagonista ormai anziana e nonna che racconta la sua vita alla nipote in modo che lei possa trarne consigli utili per evitare gli errori compiuti dai suoi avi. Vi riporto la trama in breve di seguito:
 
Olga ormai anziana, dopo la partenza della nipote per l'America, decide di scrivere un sorta di diario, in modo che la nipote possa sapere ciò che lei, con gravi problemi di salute, non ha mai saputo e non potrà sapere se tornerà dopo la morte della nonna.
Olga inizia dal ricordare la nipote quando era una bambina spensierata appassionata del libro Il piccolo principe, da qui inizierà un viaggio o meglio una confessione di tutti gli avvenimenti che hanno segnato la vita della nonna. Lei aveva infatti vissuto un'infanzia infelice in cui i genitori, seguendo le mode educative del tempo, si preoccupavano solo delle apparenze senza coltivare la spiritualità della sensibile figlia. Allo stesso modo Olga bambina è delusa anche dal mondo esterno rappresentato da una scuola di suore che utilizzavano severi metodi di educazione. Arrivata in età da matrimonio Olga conosce Augusto e accetta di sposarlo ma l'uomo di rivela estremamente noioso e poco interessato al benessere, nonché alla sessualità, della giovane moglie. Dopo un periodo di depressione Olga accetterà di recarsi presso una struttura termale e proprio lì incontrerà Ernesto l'unico uomo che amerà fino alla morte. Tornata a casa Olga riesce a nascondere la sue relazione clandestina e appare felice e sana a tutti i famigliari. L'estate successiva tornerà alle terme e al momento di rincasare scoprirà di aspettare un figlio di Ernesto. Con uno stratagemma inganna il marito e non dirà mai nulla alla figlia. Il fato si abbatte però sulla vita di Olga e quando la figlia Ilaria avrà 4 anni, il padre Ernesto morirà in un incidente stradale. Olga distrutta dal dolore si allontanerà dall'amata bambina che crescendo lontana da lei non riuscirà mai ad avere un buon rapporto con la madre a cui non racconta nulla. Ilaria  è una ragazza fragile che si fa manipolare da un falso medico e prende droghe prescritte da quest'ultimo. Il giorno in cui Ilaria andrà dalla madre per chiedere soldi per quell'uomo, durante il litigio scaturito dalla richiesta di Ilaria, in preda alla furia Olga confesserà alla figlia la verità sul padre. Proprio quel giorno Ilaria, come il vero padre, avrà un incidente e morrà dopo pochi giorni. La figlia di Ilaria verrà quindi affidata ad Olga che la crescerà facendo del suo meglio ma comunque dubitando molto di se stessa. Appunto la nipote arrivata all'adolescenza come la madre Ilaria avrà continui litigi con la nonna e alla fine entrambe decideranno che la soluzione migliore sia dividersi, quindi la nipote partirà per un viaggio di un anno in America.
 
Come spesso scrive la stessa Olga lei è una donna che già sul viale del tramonto verrà ributtata nella vita dalla stessa nipote, ma la differenza di età e forse anche le cose non dette incrineranno il loro rapporto. Una frase che mi ha colpita è: <<Questa mattina in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta.>>
 
 
Il secondo libro è " Poesie" di Emily Dickinson, il volume riporta una selezione di poesie della famosa poetessa sulla solitudine. Queste poesie come le scriveva Thomas Higginson, a cui la poetessa si riferiva per far giudicare la propria poesia, le definisce giustamente: sfuggenti ed elusive fino a diventare in alcuni componimenti incomprensibili, tormentate e rivoluzionarie ma anche originali e fuori dal comune. Molti versi sono perciò particolari ed interessanti e gli argomenti sono i più diversi: la fede, la natura, l'amore, la morte... Vi riporto una delle poesie che si adatta molto al tema di questo post:
 
Come le donne le foglie si scambiano
confidenze acute.
A volte sono cenni, a volte
illazioni portentose.
 
Foglie e donne nei due casi
raccomandano il segreto -
inviolabile patto di fiducia.



mercoledì 2 aprile 2014

Marzo, mese delle donne scrittrici: La camera delle signore di Jeanne Bourin e Pane nero di Miriam Mafai

Come dice il titolo del post, Marzo è per il mio gruppo di lettura il mese in cui si leggono libri di autrici femminili.
Vi presento quindi due libri molto diversi tra loro ma che ci mostrano la vita delle donne in due periodi storici diversi, in cui la figura della donna cambia molto.
Il primo libro è "La camera delle signore" di Jeanne Bourin, scritto nel 1979 riporta la storia travagliata di una famiglia parigina del 1200. In particolare, è rappresentata molto bene la mentalità bruta e sregolata del secolo, ma anche la vita quotidiana. Di seguito vi riporto in breve la trama:

Mathilde, madre si sei figli è una donna ancora nel fiore degli anni e tormentata dal fatto di essere sposata con un marito che ama molto ma che essendo molto più anziano di lei non riesce più a soddisfarla sessualmente. La donna vive perciò una lotta tra il desiderio di tradire l'amato marito e il rispetto dei suoi voto matrimoniali. Tuttavia, riuscirà a resistere alle tentazioni del mondo e rimanere fedele al marito e alla sua religione.
 Allo stesso tempo la figlia maggiore Flore, si sposa con il giovane Philippe, ma subirà subito dopo il matrimonio il fascino di un cugino del marito, Guillaume. La giovane sposa resisterà alle richieste del giovane fino a qualche giorno dopo la nascita del suo primo figlio, quando proprio durante la loro prima unione il neonato morirà soffocato. Flore in preda al dolore confessa tutto al marito che la lascia e parte per le crociate. Anche Guillaume sparirà misteriosamente. La giovane, deciderà allora di ritirarsi in un piccola casa e vivere una vita di solitudine e altruismo verso i malati e gli orfani. Proprio all'orfanotrofio si legherà in particolare ad una bambina che decide di adottare.
Quando flore pensava di essersi ormai salvata Guillaume tornerà a tentarla e la giovane cadrà di nuovo tra le sue braccia. Solo l'intervento della madre e di un lontano parente sacerdote riuscirà a liberarsi dal potere di Guillaume e lasciarlo. Poco dopo Flore riuscirà a riavvicinarsi al marito Philippe che non potendo smettere di amarla le aveva perdonato il tradimento. Guillaume verrà trovato ucciso di lupi nel bosco.
Nel libro l'ambientazione è molte interessante particolareggiata, anche per quanto riguarda gli abiti e le feste popolari.
 
Il secondo libro è "Pane nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale" scritto da Miriam Mafai, famosa inviata speciale giornalista del giornale Repubblica, e pubblicato nel 1987. Questo libro ci presenta le donne durante il periodo della dittatura fascista e la seconda guerra mondiale. L'aspetto interessante del libro, è che non solo riporta gli avvenimenti storici del periodo, ma anche come erano vissuti dalle donne, che proprio in quel periodo, essendo gli uomini al fronte, capiscono che possono essere più che solo mogli e madri. La necessità di prendere in mano tutti gli aspetti della vita famigliare, compresi quelli finanziari, ha fatto scoprire alle donne capacità e risorse che non sapevano di avere. Sono trattati molti argomenti che non vengono insegnati nelle normali lezioni scolastiche di storia, ma che caratterizzano il periodo storico della guerra come: l'entrata ufficiale delle donne nelle fabbriche e la discriminazione sulla paga di uomini e donne; come gli abiti femminili fossero cambiati diventando sempre più comodi e con i pantaloni in modo da essere adatti al lavoro; la fame per le scarsissime risorse alimentari per la popolazione comune; gli scioperi organizzati e portati avanti proprio dalle donne che scendevano in piazza per un po' di cibo per i loro bambini. Infine l'importante ruolo delle donne nella lotta dei partigiani come staffette e in alcuni casi anche nelle azioni di attacco con armi. Il libro riporta molte testimonianze delle protagoniste di quegli anni e gli argomenti trattati lo rendono estremamente interessante, perciò lo consiglio a tutti.

 

venerdì 28 marzo 2014

Fontamara di Ignazio Silone


Ho letto “Fontamara” dopo “L’avventura di un povero cristiano”, ultima opera di Ignazio Silone, che racconta la storia di Celestino V, Pietro del Morrone; pontefice per pochi mesi nel 1294, abdicò in favore di Bonifacio VIII Caetani, che andò ad impinguare di terre e ricchezze le propietà di famiglia, sfruttando e sviando il proprio potere.

Fontamara è un romanzo che racconta degli abitanti di un villaggio di fantasia, della Marsica abruzzese, disposto sul fianco di una montagna grigia e brulla ed abitato dai poveracci di tutte le contrade del mondo. Persone umilissime, che vivono immutabili condizioni di povertà, sacrificio ed ingiustizia; un luogo d’isolamento spaziale, materiale e culturale, in cui si svolge l’intera storia universale dell’uomo, dalla nascita alla morte, e dove le dinamiche determinano unicamente litigi per il cibo e l’acqua.

Isolamento che si traduce in un’incomunicabilità tra i fenomeni cittadini e la vita cafona, perchè realtà sconosciuta all’altra, caratterizzate da valori, interessi, pensieri e comportamenti diversi. L’uso di lingue differenti, le difficoltà a capirsi, la necessità di un traduttore culturale, rende molto bene l’estraneità dei due destini, per cui se contatti avvengono, sono travisati, inconsapevolmente sottovalutati. Esempio è la stampa del giornale, mezzo su cui riversare lamentele e rivendicazioni, anche più cariche del solito, dopo la morte di Berardo, ma sempre lontanissime dal costituire istigazione alla rivoluzione; eppure vista come pericoloso oltraggio alla politica di rigore ideologico portata avanti dal regime, causa giustificatrice dell’uccisione collettiva nella scena finale.

Tipico di rapporti con persone ignoranti è il fatto che il più forte, in quanto dotato di maggiori strumenti culturali o eserciti funzioni pubbliche, il cittadino (che sia l’impresario o il ragazzo antifascista), cerchi di piegare a proprio favore le situazioni, usando il più debole ai propri fini. E’ l’idea per cui il cafone abbia meno dignità e quindi possa essere utilizzato e diventare mezzo per uno scopo non proprio, non importa se giusto o meno. Grave rimane il non rendere consapevole e partecipe, alla pari, di un destino costruito insieme.

Interessante vedere come le prove di forza del fascismo, da poco instauratosi al governo, non vengano comprese, né individuate come novità. Da sempre i fontamaresi sono sfogo di frustrazioni collettive, soggetti a nuovi ed antichi soprusi, da parte di tutti, perchè chiunque è superiore ai cafoni; Silone descrive, nel capito I, la gerarchia sociale:

« In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe di
Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch'è finito. »

I Torlonia (famiglia d’origine francese, Torlognes) negli anni ’60 dell’800 s’impadronirono a poco prezzo delle azioni di una società finanziaria che aveva fatto perforare l’emissario per il prosciugamento del Fucino, e che vedeva riconosciuto dal re di Napoli l’usufrutto delle terre per novant’anni; in cambio dell’appoggio politico che i Torlonia offrirono alla debole dinastia piemontese, ricevettero in proprietà perpetua le terre prosciugate e furono insigniti del titolo di principi.

Il prosciugamento del lago di Fucino procurò un notevole abbassamento della temperatura in tutta la Marsica, fino a rovinare le antiche colture; gli uliveti andarono distrutti, i vigneti furono infestati dalle malattie e l’uva non arrivò più a completa maturazione.

Il Capitano del Popolo è sostituito dal Podestà, ma la sostanza non cambia, perchè la condizione dei fontamaresi non può cambiare. Che ci sia Don Magna, proprietario terriero ora decaduto, don Circostanza, avvocato ed ex capitano del popolo, autore di crudeli inganni (come quello dei ¾ e della concessione per 5 lustri dell’acqua del fiume che irriga i campi), o l’Impresaio, podestà fascista, per i Fontamaresi si profila la solita miseria, ricevuta dai padri ed ereditata dai nonni, in cui le ingiustizie più crudeli erano così antiche da aver acquistato la naturalezza della pioggia e del vento.

Il lavoro, di estrema fatica, non era servito a niente, non s’erano mai visti miglioramenti, contadini e piccoli proprietari farsi benestanti, acquistare nuove terre, nulla di simile; possibile era il contrario, contadini che perdevano il proprio appezzamento, oberati dai debiti. Dunque immobilità, anzi pericolo di regressione.

Dal quadro d’insieme si ricava l’immagine di un mondo contadino che, pur con vizi, è assai meno corrotto di quello cittadino, impositore di violenza e del proprio modello sociale. Un mondo in cui i valori della famiglia e dell’amicizia sono sacri, che il pensiero stenta a realizzare possano essere sporcati, finalizzati, come comprenderebbe a fatica una profanazione o un sacrilegio. Berardo va in carcere per difendere un amico, decide di tacere le rivelazioni del ragazzo antifascista procurandosi torture e infine la morte (le autorità maschereranno un suicidio), nonostante realizzi, alla fine, di essere ancora una volta, per l’ultima volta, strumento nella mano altrui; e però decide di proseguire, di andare in fondo, perchè consapevole d’essere dalla parte giusta, sapendo che i cittadini non avevano più alcun ruolo nella sua battaglia ideale.

Scritto da: Antonio

domenica 23 marzo 2014

Anna Karenina di Lev Tolstoj

Oggi vi presento Anna Karenina di Lev Tolstoj, non perché sia una grande appassionata di letteratura russa ma perché ho la fortuna di seguire un gruppo di lettura in cui circa un trentina di persone si riunisce ogni mese per presentare, leggere e discutere libri su ogni argomento disponibile.
Il mese scorso, la serata del gruppo era sulla letteratura russa e io ho quindi deciso di leggere il libro che vi presento oggi.
Per chi non la conoscesse vi riporto in breve la trama del libro qui di seguito in corsivo, chi non vuole un' anticipazione sul libro può saltare tutta la parte seguente:
 
Il libro è un tipico intreccio amoroso a tre, con protagonisti Anna, il marito Karenin, e il conte Vroskij. Durante una visita alla cognata Dolly, per convincerla a non lasciare il marito Stiva, Anna partecipa ad un ballo serale dove il conte Vroskij la inviterà a ballare e da quel momento le farà la corte, inseguendola per tutto il paese. Anna è intrappolata in un matrimonio senza amore , proprio perché il marito Karenin sembra incapace di provare qualunque emozione, ed aveva quindi riversato tutto il suo affetto sul figlio Sereza. Sottoposta alle attenzioni di Vroskij, inizialmente lo respinge ma poi piena di rimpianti, cederà e si innamorerà di lui a sua volta. I due conducono , quindi, una relazione segreta che verrà svelata al marito dopo che Anna vedrà l'amato Vroskij cadere da cavallo. Da quel momento, Karenin comincia a provare dei sentimenti proprio quando capirà che la moglie non solo non lo ama ma lo odia e ciò farà cadere tutto il suo mondo. Per paura di scontrarsi in duello Karenin permetterà la relazione alla moglie, purché mantenga le apparenze, ma un giorno trova Vroskij nella sua casa ed opta quindi per il divorzio che renderebbe Anna una donna perduta e le toglierebbe ogni diritto di un secondo matrimonio e il primogenito Sereza. Anna rimasta incinta, partorirà poi una bambina di Vroskij, e pensando di morire chiederà perdono al marito, che preso da un sentimento di perdono cristiano, acconsentirà a dimenticare tutto. Anna passerà un breve periodo al fianco del marito come se tutto fosse stato come prima, ma ormai ama Vroskij e odia il marito. Vroskij nel frattempo, in preda alla disperazione, si spara ma evitando per poco il cuore sopravvive. Alla fine Anna incapace di vivere con Karenin scappa con Vroskij in Italia e visiterà successivamente tutta la Russia. I due si amano molto, ma avendo dovuto entrambi abbandonare tutto per questo amore non riescono ad andare d'accordo. Alla fine Anna si convince di non essere più amata, e che Vroskij abbia un'altra donna. Vroskij non può più fare a meno di esser parte della società, e sostituisce la carriera militare con quella politica, rimanendo assente da casa per lunghe ore che fomentano la gelosia di Anna. Dopo l'ultimo litigio e aver fatto un incubo sulla sua morte Anna, va a cercare Vroskij dalla madre di lui; lì viene a sapere che è presente anche un'altra nobildonna. In preda alla disperazione Anna si getta sotto un treno della stazione vicina. Vroskij non riuscirà mai a riprendersi dalla perdita di Anna e non sopportando la sua vita, si arruola come volontario nella guerra appena scoppiata per l'indipendenza degli Slavi, sperando di perdere la vita in battaglia.
edizione Garzanti 1974, 823pag
Secondariamente, è raccontata la storia di Levin e Kitty. Kitty è inizialmente corteggiata da Vroskij e quasi allo stesso tempo riceverà una proposta di matrimonio da Levin, prima del ballo, ma pensando che Vroskij la chiedesse in moglie durante il valtzer, rifiuterà Levin che la ama sinceramente. Vroskij quella stessa sera, tuttavia ballerà con Anna dando inizio alla loro storia e deludendo la giovane Kitty. La ragazza, per il dolore e la vergogna, si ammalerà gravemente e solo un viaggio alle terme la ristabilirà. Levin, che si sente  umiliato, si butterà nel lavoro della sue azienda cercando di migliorarla ad ogni costo. Ormai convinto di aver superato tutto e immaginerà di contrarre un matrimonio magari con una contadina, ma quando poco dopo vedrà la sua Kitty su una carrozza mentre raggiunge sua sorella Dolly nella casa di campagna, poco lontana da quella di Levin, capirà che la ama ancora come ha sempre fatto. I due si riuniranno ad un pranzo a casa della stessa Dolly, dove Levin chiederà di nuovo Kitty in matrimonio e questa volta la ragazza accetterà piena di felicità poiché aveva capito che da tempo ricambiava l'amore di Levin. Anche la loro storia non è priva di dolori quali la morte del fratello di Levin poco dopo il loro matrimonio e una eccessiva gelosia che spesso colpisce lo stesso Levin e che farà soffrire Kitty. Nei capitoli finali Kitty darà alla luce un bambino e dopo che Levin avrà trovato la pace interiore attraverso la scoperta della fede in dio, i due vivranno una vita tranquilla e felice nella loro casa in campagna.
 
Il libro risulta piuttosto lungo, la trama appassiona tuttavia, nei capitoli finali, Tolstoj concentra molti avvenimenti della vita di Levin a Mosca in cui attraverso il personaggio esprime le sue opinioni riguardo molti argomenti come: il matrimonio, la società, la pedagogia, la politica, la religione e la guerra. Questi capitoli, se pur molto interessanti per quanto riguarda la comprensione del pensiero dell'autore, rallentano molto la trama che risulta un po' noiosa. Tuttavia il libro rimane una piacevole lettura, che consiglio a tutti.
Del libro sono state fatto molte trasposizioni cinematografiche, tra cui: una miniserie in due puntate (1.30 h ciascuna) prodotta dalla Rai del 2013 il cui regista è Christian Duguay che è carina ma poco fedele al testo. Una miniserie del 1974 in bianco e nero del registro Sandro Bolchi di circa 6 ore totali è visibile in streaming. Infine è uscito il film nel 2012 del regista Joe Wright con Keira Knightley nella parte di Anna.
Scritto da:La Passante

sabato 8 febbraio 2014

Presentazione

Memoria in soffitta è un luogo pensato da due amici, due lettori e curiosi in genere, un contenitore in cui lasciare traccia dei pensieri solitamente lasciati liberi di passare, attraversarci, spesso abbandonarci. Un luogo in cui trattenere riflessioni, percezioni di libri e scritti vari, immagini di città e luoghi visitati. Una soffitta in cui porre le cose importanti senza la paura di perderne il possesso, la sensazione di non averle con noi, bastando salire le scale, un click del mouse, per vivificare l'esperienza; con la comodità di avere il comodino sempre a disposizione, libero di accogliere una nuova storia, motivo di nostra discussione incasinata e sconnessa, ma poi di elaborazione, nella speranza di dare forma chiara a ciò che è stato suscitato nel nostro animo. Ci si prova.